Le giornate scorrono tutte uguali come l’acqua di un fiume e ogni data diventa solo un numero.
Ormai la luce del mio telefono è solo un ricordo lontano, nessuno mi contatta più, tutti hanno perso la speranza.
Vorrei poter spiegare, vorrei avere la possibilità di farmi ascoltare, ma appena apro bocca, il nulla.
I miei genitori non mi vedono più gioire per i traguardi raggiunti. Ed è proprio da questo che capisco quanto io mi stia spegnendo lentamente: loro non colgono più le mie scintille, io non riesco più a mostrarle. Restiamo qui, sotto lo stesso tetto, ma lontani, come se ognuno vivesse in un proprio silenzio.
Ogni mattina è uguale a quella precedente.
Mi alzo dal letto senza un motivo preciso.
Non sento i movimenti complicati, ma soltanto lenti.
Ogni passo sembra più un’abitudine che una scelta: mettere i piedi a terra, trascinarmi verso la porta, scendere le scale senza pensare.
Fuori l’aria non mi dice nulla, non sento né caldo né freddo.
Continuo a camminare senza una meta precisa, le gambe si muovono meccanicamente da sole.
C’è una distesa verde con dei giochi, una volta quel parco era il mio posto preferito, passavo le giornate con gli amici sopra quell’altalena.
Adesso mi sembra tutto più piccolo, più fermo.
I colori non brillano più come li ricordavo, le risate che un tempo riempivano l’aria ora sono diventate solo un’eco lontano.
Cammino tra le stesse cose, ma non mi dicono più niente. È come se quel posto fosse rimasto lì ad aspettare qualcuno che non sono più.
Torno a casa, mi sdraio, il silenzio mi avvolge come un peso familiare.
Mentre resto lì, immobile, all’improvviso il telefono si accende. La prima notifica dopo mesi, forse anni:
una persona che non sentivo da tanto tempo prova a raggiungermi, un’amica che sembrava sparita, in realtà è sempre rimasta al mio fianco.
Qualcosa dentro di me si muove. Forse non è la fine della mia stanchezza, eppure è un’emozione, un breve lampo che riesce a farmi sentire viva.
Una semplice notifica mi ha ricordato che anche nei periodi in cui il mondo mi crolla addosso non sono sola.
Scrivendo questo testo mi sono immedesimata in ciò che può provare una mia coetanea che soffre di accidia.
L’accidia non è semplice pigrizia o tristezza, è una stanchezza interiore che svuota ogni gesto dal proprio significato. Non nasce dal non voler fare qualcosa, ma dal non trovare nessuna motivazione per iniziare; ogni successo sembra impossibile da raggiungere.
L’accidia non è un fenomeno isolato, può colpire chiunque, anche e soprattutto nella nostra epoca storica.
L’accidia non scompare da sola.
Quello che possiamo fare per aiutare una persona che si trova in questa condizione è offrire presenza e vicinanza, cercare di contattarla, di restarle accanto senza forzare, ed essere consapevoli che anche un gesto piccolo ma costante, può significare molto.
Giada Paccaloni 5A ELE
