Nella nobile città di Osimo, che guarda dall'alto delle sue mura le valli marchigiane, viveva un giovane di nome Gianfilippo. Egli non possedeva palazzi né terreni, e la sua borsa era spesso così leggera da sembrare riempita solo di vento. Eppure, Gianfilippo non perdeva mai il buonumore; per lui l’ironia era uno scudo, un modo per proteggere l'animo dalle difficoltà della vita. Se qualcuno gli faceva notare i suoi vestiti logori, lui rispondeva prontamente: "Li porto così per umiltà; se avessi panni d'oro, la fortuna mi scambierebbe per un uomo serio e smetterebbe di farmi divertire".
Il suo vicino di casa era Ser Ercole, un mercante che valutava le persone solo in base a quanto denaro possedessero. Ser Ercole era un uomo molto serio, che non amava scherzare e guardava il mondo con un'espressione severa. “Gianfilippo,” gli diceva spesso, “la vita è una cosa seria. Il tuo amore per il ridere non ti aiuterà quando le cose si metteranno male e avrai bisogno di soldi per vivere". Ser Ercole pensava che il denaro fosse l'unica cosa che contasse veramente.
Gianfilippo, stanco della rigidità del suo vicino, decise di insegnargli una lezione. Sapeva che Ercole era una persona molto avida, quindi si nascose un pomeriggio all'ingresso di una delle grotte che si trovano sotto Osimo. Quando uscì dal buio, fece finta di essere stanco e portava tra le braccia una scatola di legno scuro con strani segni incisi sopra. Ercole, il mercante, lo vide uscire con cautela e si fermò immediatamente. “Cosa hai lì, Gianfilippo?” chiese. “Hai trovato qualcosa di prezioso nelle grotte?” La curiosità di Ercole era palpabile, e Gianfilippo era pronto a giocare la sua parte.
Il giovane sospirò con una gravità che sembrava quasi seria: “Ah, Ser Ercole! Questo non è oro. È lo Specchio della Realtà, un oggetto antico che mostra a chi lo guarda la strada sicura per raggiungere la fortuna. Ma richiede un animo capace di vedere il suo vero valore al di là delle apparenze". Ercole, che sognava di aumentare i suoi beni, non staccava gli occhi dalla scatola. “Gianfilippo, lasciami dare un'occhiata", disse con impazienza. Il giovane esitò, come se non sapesse cosa fare: “Non sono sicuro. Per aprire questo segreto servirebbe un pegno, qualcosa di veramente speciale, diciamo cinque monete d’argento".
Il mercante era proprio sicuro di fare l'affare della sua vita, quindi pagò subito. A quel punto Gianfilippo aprì il coperchio. Ma dentro c'era solo un vecchio pezzo di vetro scuro e graffiato. Ercole lo guardò con molta attenzione, però vedeva solo la sua immagine riflessa in modo confuso, così esclamò furioso: “Mi hai ingannato! Vedo solo il mio viso sfocato. Dove si trova la fortuna che mi avevi promesso?".
Gianfilippo, dopo aver preso le monete, rispose con calma: “Vedi, Ser Ercole, l'ironia ha fatto il suo lavoro. Per me, questa scatola è stata come un aiuto, perché mi ha permesso di guadagnare abbastanza per vivere, prendendomi gioco della tua avidità. Per te, invece, il vetro è stato come uno specchio che ti ha mostrato la verità: sei talmente ossessionato dal voler possedere le cose che sei caduto in una trappola molto semplice".
Mentre Ser Ercole restava lì ammutolito e rosso per la vergogna, Gianfilippo s'incamminò verso la piazza. Lo si sentì mormorare che l'ironia resta l'unica luce capace di illuminare il buio della superbia, lasciando a chi non sa ridere, il peso di una realtà troppo grigia da sopportare. Gianfilippo quella sera mangiò di gusto, grato che a Osimo ci fossero ancora uomini così seri da finanziare, con la loro avarizia, il buonumore altrui.
Davide Zanini 3 Alsa
