L’ingresso di Renzo Tramaglino a Milano è un momento cruciale che mostra subito il contrasto tra l'individuo e la forza irrazionale della folla. Appena giunto, il giovane campagnolo è assalito da sentimenti contrastanti: la meraviglia di fronte alla maestosità del Duomo e la malinconia acuta per il Resegone, simbolo della vita perduta. Ma è la sua successiva discesa nel caos cittadino a innescare il dramma.
Renzo, con la sua ingenuità di montanaro, non comprende i segnali della rivolta (gente agitata, farina sparsa) e scambia il tumulto per l'approdo nel "paese di cuccagna". Guidato da una curiosità irrefrenabile che prevale sulla prudenza, si lascia trascinare dal flusso dell'agitazione verso il cuore della città, dove il tumulto si sta addensando. Il suo ingresso nel caos è impulsivo, inconsapevole, ed è l'esempio perfetto di come l'individuo si faccia assorbire, quasi per inerzia, da una forza molto più grande.
Questo meccanismo di annullamento della ragione individuale nella potenza collettiva trova una risonanza straordinaria nella descrizione della folla di tifosi contemporanea. Entrare in uno stadio per la partita decisiva dell’anno è, a tutti gli effetti, come tuffarsi nella "muraglia viva" descritta da Manzoni. Lì la ragione si annulla: l'individuo diventa parte della massa, la prudenza sparisce e le emozioni di migliaia di persone si fondono in un'energia potentissima e irrazionale.
Il tratto distintivo di questa massa, che sia quella seicentesca in cerca di pane o quella moderna in cerca di gioia sportiva, è la velocità con cui l'umore può mutare in fretta e furia. Basta un secondo per trasformare l'attesa in pura furia emotiva. Quando la squadra del cuore segna, il boato rimbombante dello stadio è di gioia totale e contagia subito tutti. Se l'arbitro fischia contro, la stessa energia precedente tramuta in una "rabbia esagerata, un desiderio sfrenato di rivalsa", una "libidine di vendetta" che, come Renzo stesso scoprirà, non ha ragione e risulta essere più forte di chi la prova.
In entrambi gli scenari, la sommossa milanese e il match sportivo, la massa non ragiona. L'analisi manzoniana sottolinea che la folla agisce per puro istinto e contagio emotivo, non per consapevolezza o scopo. Nello stadio, i tifosi seguono il "muggito che si alza", urlando per un fallo inesistente solo perché il gruppo lo sta facendo, o seguono un capo del tifo nell'impulso del momento.
Siamo, in fondo, tutti Renzo: facilmente illudibili e creduloni. Basta una grande parata per farci credere che la vittoria sia assicurata, proprio come la folla milanese fu manipolata dalle false promesse di Ferrer, riassunte nel grido ingannatore di "Pane! Abbondanza!". Lo stadio, come la piazza in rivolta, è il luogo dove si perde il controllo per abbracciare l'energia forte, primitiva e irrazionale del gruppo.
Tortora Lorenzo 2ALSA
