Il 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, la nostra scuola si è raccolta per ricordare la Shoah, una delle pagine più tragiche della storia del Novecento.
La Giornata della Memoria non è soltanto una commemorazione, ma un richiamo civile e umano. Ci ricorda quanto sia fragile la convivenza quando l’altro viene ridotto a nemico. Ci mostra fino a che punto l’odio, l’indifferenza e la disumanizzazione possano diventare sistema. La memoria non appartiene solo ai libri di storia, ma chiama in causa ciascuno di noi.
Ricordare, non significa fermarsi a un solo tempo o a un solo luogo. Significa riconoscere che la violenza contro i popoli, le persecuzioni e i genocidi non appartengono soltanto al passato, ma esistono anche oggi, in diverse parti del mondo. Pensiamo alla Palestina e a tutti i luoghi in cui la guerra e l’oppressione continuano a negare diritti, futuro e dignità alle persone.
Oggi siamo noi, ragazzi e ragazze, i custodi del passato. Crescere non vuol dire dimenticare ciò che è stato, ma imparare a portarlo con sé. Come gli alberi che vediamo in questo giardino: affondano le radici nel passato, ma tendono i rami verso il futuro.
Il nostro "angolo verde della memoria" ospita i bulbi di crocus, piantati in ricordo del milione e mezzo di bambini ebrei che morirono a causa della Shoah, e l’ulivo della pace che a partire da oggi rappresenterà le giovani vite palestinesi spezzate dalla guerra.
I crocus, con il loro colore giallo, richiamano la Stella di David che gli ebrei furono costretti a indossare durante le persecuzioni razziali, e la loro fioritura a gennaio rappresenta la speranza e la rinascita dopo l'oscurità. L'ulivo è un simbolo millenario della terra palestinese, è sinonimo di identità, resistenza e attaccamento alla terra, le sue radici profonde simboleggiano la tenacia del popolo di fronte alle avversità.
Oggi ci impegniamo a scegliere una memoria che non divide ma che crea unione, allo scopo di costruire pace e solidarietà. Coltivare il ricordo vuol dire custodire il futuro. E oggi noi scegliamo di farlo, insieme. Pubblichiamo il link al sito dove abbiamo raccolto molti dei contributi realizzati da noi studenti e condivisi con tutte le classi in occasione della cerimonia realizzata a scuola.
https://sites.google.com/laeng-meucci.it/iismeuccicastelfidardo/home
A seguire, è stato messo a disposizione un Padlet su cui raccogliere le riflessioni individuali e di classe e, durante l’intervallo, alcuni studenti si sono recati in giardino per lasciare una riflessione scritta da appendere ai rami dell’ulivo della pace.
La redazione
Gli oggetti della memoria
Per la Giornata della Memoria, non vogliamo parlarvi solo di numeri o di date. Vorremmo parlarvi di oggetti. Oggetti che per noi sono banali, quotidiani, ma che tra i fili spinati di un campo di sterminio diventavano la linea di confine tra la vita e la morte, tra l’essere umani e il diventare cenere.

Le scarpe. Se oggi andate ad Auschwitz, vi troverete davanti a una montagna di scarpe. Migliaia. Logore, spaiate, impolverate. Per i nazisti, quelle scarpe erano solo cuoio da riciclare, 'merce' sottratta a corpi che non servivano più. Ma per un prigioniero, la scarpa era tutto. Una scarpa troppo stretta portava piaghe; una piaga portava l'infezione; l'infezione portava alla camera a gas perché non si poteva più lavorare. togliere le scarpe era il primo passo per rendere il prigioniero un "pezzo" (Stück). Senza scarpe proprie, costretti a zoccoli di legno che ferivano i piedi, i deportati perdevano l'andatura umana e iniziavano a "trascinarsi". Rubare una scarpa a un compagno significava condannarlo a morte; cederla significava offrirgli la vita. In quel cumulo di scarpe che vediamo oggi, non c’è solo polvere: c’è il passo interrotto di chi avrebbe voluto camminare verso il futuro, come noi, e non ha potuto farlo.

Il pane. Poi c’è il pane. Non il pane fresco che compriamo ogni mattina. Era un impasto nero, duro, fatto di segatura e polvere. Eppure, in quel pezzo di pane risiedeva l’ultimo barlume di dignità. C’era chi lo divorava subito per calmare i morsi della fame e chi lo nascondeva sotto la giubba, proteggendolo come un tesoro. Il pane veniva usato come moneta di scambio (per un cucchiaio, per un favore, per una protezione). Primo Levi in Se questo è un uomo spiega che chi riusciva a non rubare il pane al compagno stava salvando la propria anima, non solo il corpo. Dividere quel pezzo di pane con qualcuno non era solo un atto di carità: era una rivoluzione: “Se io ti do metà della mia razione, sto dicendo 'Io ti vedo. Tu sei un uomo, tu sei una donna, proprio come me, la tua vita vale quanto la mia”. È l'antitesi perfetta del nazismo, che diceva che alcune vite non valevano nulla.

La storia di Francine Christophe. E qui vogliamo raccontarvi la storia di Francine Christophe, che nel 1944 era una bambina prigioniera a Bergen-Belsen. Sua madre aveva nascosto un pezzetto di cioccolato nella borsa, un bene inestimabile, dicendole: 'Lo terremo per quando sarai davvero allo stremo'. In quel campo c’era una donna incinta, una prigioniera che doveva partorire. Era scheletrica, sfinita. Francine e sua madre sapevano che il bambino e la madre non sarebbero mai sopravvissuti a quel parto senza forze. Allora la madre di Francine chiese alla figlia: 'Posso dare il tuo cioccolato a questa donna?'. Francine disse di sì, anche se per una bambina, quel cioccolato era il legame con il mondo "di prima", quello dove esistevano i dolci e le coccole. Donarlo significava rinunciare all'ultimo pezzetto di infanzia per permettere a una vita nuova di affacciarsi al mondo. Quel cioccolato consentì alla madre di trovare l'energia per far nascere la sua bambina.
Anni dopo, durante una conferenza sulla Shoah, Francine finì di raccontare questa storia. Una donna si alzò dal pubblico, salì sul palco, tirò fuori dalla tasca un pezzetto di cioccolato e glielo porse dicendo: 'Io sono la bambina che è nata quel giorno a Bergen-Belsen'. L'incontro avvenuto anni dopo dimostra che il bene è un cerchio. Quel cioccolato non è stato "mangiato e finito", ma si è trasformato in una persona che oggi cammina, parla e ricorda. È la prova che un piccolo gesto può sconfiggere un sistema di morte immenso. Questa storia ci insegna che anche nell'inferno più buio, l'umanità può sopravvivere attraverso un gesto. Il pezzo di pane, la scarpa ceduta, il cioccolato donato non sono solo oggetti: sono semi di pace. A noi, che oggi viviamo in libertà, spetta il compito di non calpestare queste memorie.
Ci spetta la responsabilità di chiederci: oggi, nel mio quotidiano, so essere 'pane' per chi ha fame di dignità? So donare il mio 'cioccolato' a chi è rimasto senza speranza? Ricordare non è un esercizio del passato, ma una scelta che facciamo ogni mattina restando umani.
Il dovere di non dimenticare: invito alla lettura di "Sonderkommando-Auschwitz" di Shlomo Venezia
Ci sono storie che nessuno dovrebbe vivere, ma che tutti devono conoscere… Quella che oggi scelgo di raccontarvi è la storia di Shlomo Venezia, che ho conosciuto leggendo il libro "Sonderkommando-Auschwitz".

Shlomo era un ragazzo come tutti noi: aveva una madre, un padre, un fratello, una sorella. C'è un motivo per cui di tante storie, voglio raccontarvi proprio la sua. Shlomo, infatti, nel 1944, all’età di ventuno anni, viene deportato insieme alla sua famiglia ad Auschwitz-Birkenau.
Così, mentre noi, a ventuno anni penseremo e progetteremo il nostro futuro, lui, come tante altre persone, non aveva nemmeno la possibilità di immaginarselo, il futuro.
Shlomo finisce in un ingranaggio atroce della fabbrica della morte: il Sonderkommando, il "gruppo speciale" di prigionieri obbligati dai nazisti a gestire l'orrore delle camere a gas e dei forni crematori.
Non voglio svelarvi troppo dei dettagli terribili che Shlomo è costretto a vivere come membro del Sonderkommando. È una lettura che a tratti toglie il fiato, che costringe a fermarsi per la crudeltà dei fatti narrati.
Vi invito a leggere "Sonderkommando-Auschwitz" non per curiosità verso il tragico, ma per un atto di responsabilità. Leggetelo per Shlomo, per la sua famiglia e per tutti coloro che non hanno potuto raccontare. Leggetelo perché, come dice lui, bisognava "andare avanti, giorno dopo giorno" e… oggi tocca a noi portare avanti la loro voce.
Spesso ci chiediamo a cosa serva ricordare. La memoria storica serve a capire e, di conseguenza, ad agire. Senza di essa, diventiamo fragili. Perdiamo la bussola dei valori fondamentali come il rispetto e la dignità umana. Leggere la testimonianza di Shlomo significa capire l'enorme impatto che ogni singola vita ha nella storia dell'uomo.
Nonostante l'orrore, emerge una forza ancestrale. In quel luogo dove l'umanità sembrava scomparsa, Shlomo si aggrappa alle parole di sua madre, pronunciate poco prima di essere separati per sempre: “Finché si respira, c’è vita”.
Matilde Caporaletti 4Alsa
L’amico ritrovato di Fred Uhlman

DATI GENERALI:
AUTORE: Fred Uhlman
TITOLO: L’amico ritrovato
CASA EDITRICE: Feltrinelli
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1971
GENERE: Romanzo Storico, Romanzo di formazione
TRAMA:
Il libro parla di un’amicizia adolescenziale tra due compagni di classe, all’apparenza molto diversi tra loro ma interiormente molto più simili di quanto essi stessi pensino.
La storia è ambientata a Stoccarda, nella Germania del 1932, poco prima che Hitler prendesse il potere e scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale. I protagonisti sono Hans, un sedicenne ebreo, e Konradin, un ragazzo molto intelligente ma influenzato dalla sua famiglia ammiratrice di Hitler. I due si conoscono tra i banchi di scuola, quando un giorno arriva in classe un nuovo alunno: biondo, alto, educato e a primo impatto riservato, Konradin appunto. Hans è affascinato da lui e, stanco di non avere amici, prova a conoscere questo ragazzo misterioso. L’unica cosa che sapeva di lui è che apparteneva alla famiglia più ricca e nobile di tutta la città. La loro amicizia però, nel corso del tempo, riscontrerà tanti ostacoli per via dell’antisemitismo nazista che sta trascinando ed eliminando il pensiero di tutti, come un lavaggio del cervello talmente forte da intromettersi nel legame tra Hans e Konradin. Quest’ultimo si mostra distaccato e imbarazzato verso l’amico ebreo in presenza di genitori, totalmente favorevoli al pensiero nazista. Nel frattempo la madre e il padre di Hans, percependo il pericolo delle persecuzioni contro gli ebrei, mandano il figlio negli Stati Uniti mettendo la fine del loro rapporto di amicizia tra Hans e Koradin.
La storia finisce molti anni dopo quando il protagonista, ormai diventato avvocato in America, riceve un opuscolo dal suo vecchio liceo di Stoccarda che elenca i caduti nella Seconda Guerra Mondiale. Inizialmente intenzionato a ignorare il nome dell’amico, Hans trova il coraggio di leggere la lettera “H”: scopre così che Konradin von Hohenfels è stato giustiziato per aver partecipato al complotto per uccidere Hitler. Questo colpo di scena dimostra che Konradin non aveva mai tradito la loro amicizia e che il legame tra di essi è ancora vivo, nel profondo.
MESSAGGI E TEMI DEL LIBRO
Il libro si basa principalmente sul tema dell’amicizia e della sua fine drammatica causata dal nazismo che distrugge i legami umani attraverso il pregiudizio. Affronta il valore della memoria mostrando come la verità possa sempre riaffiorare. Ero già a conoscenza di questi temi e soprattutto mi interessa molto la situazione storica. Per me il messaggio più importante è che l’amicizia autentica può superare barriere sociali e sopravvivere nel tempo. Attraverso il sacrificio di Konradin, l’autore insegna che la redenzione è sempre possibile e non bisogna cedere al giudizio affrettato sulle persone che non conosci, perché possono sorprenderti e farti cambiare idea.
COMMENTO PERSONALE
Mi è piaciuto molto leggere questo libro, sia perché affronta temi che mi appassionano particolarmente ma anche perché non è per niente difficile da comprendere e per questo può piacere a tutti. Penso che ognuno di noi dovrebbero leggere “L’amico ritrovato” almeno una volta nella vita, grandi e piccini. Non è noioso e ti cattura completamente facendoti capire appieno cosa accade e le emozioni dei ragazzi. Ti fa aprire gli occhi su quello che era la mentalità in quei tempi, immaginandoti ogni scena come se fosse un film.
Gioia Staffolani 1Blsa
